luigicipriano

TRACCE

“La scrittura, insomma, non è altro che una screpolatura. Si tratta di dividere, di solcare, di rendere discontinua una materia piana, foglio, pelle, distesa di argilla, muro”
Roland Barthes

Screpolatura. Leggera crepa che rompe la continuità della superficie. Una fenditura, come una nascita, che si fa largo spingendo la materia che l’accoglie. La scrittura si modella sullo spazio che la riceve. Il gesto può essere tenero o duro, lento e minuzioso oppure veloce ed imperfetto. E’segno, impronta che prova l’esistenza. Penso - e vado indietro di millenni - agli animali bellissimi che saltano nel mistero del buio delle Grotte di Lascaux, a quelle pitture rupestri che già astraggono il mondo, già sono narrazione, coscienza essenziale che per esistere bisogna raccontare. Nel nostro parlare comune di qualcuno che si è distinto e che resta nella memoria si dice “ha lasciato il segno”. Le foto di Luigi Cipriano sono tracce, segni appunto, di un passaggio di un dolore di rabbia di amore. Sono sentimenti lasciati esposti. Sono a volte un codice segreto, un alfabeto morse lasciato perché fosse comprensibile solo a chi possiede la chiave del rebus. C’è sempre “un qualcuno” per cui si scrive, come c’è un destinatario per una lettera. Ci sono occhi che vogliamo leggano. I messaggi sono i più diversi, scritti piccoli -quasi nascosti- o urlati a caratteri grossi. Nelle foto di Luigi a volte ci sono persone, gente che passa inconsapevole e che a volte per la sola presenza innesca cortocircuiti. Troppe morti improvvise e davanti ragazzi che passeggiano impermeabili senza neanche voltare lo sguardo; No al centro d’accoglienza mentre passa un elegantissimo ragazzo di colore in bicicletta e sembra sospendere un gesto, come richiamo, forse un’accusa. E poi ci sono gli amori fatti di nomi e di date, tatuaggi sulla pietra e sul mattone, il sogno giovane ed eterno della durata, come se scrivere fosse promettere, come se fosse firmare un patto con la sorte. Sono scritte che nascono da cuori e mani di ragazzi e ragazze, c’è qualcosa di indocile e indispettito (a volte un nonsense come il Non so cosa scrivere che negando afferma), c’è il non sentirsi ascoltati, o forse visti, c’è la voglia di trovare una via di fuga. Molte foto Luigi Cipriano le ha scattate durante le restrizioni e le chiusure legate all’emergenza pandemica durante la quale i giovani hanno sofferto tantissimo la prigionia forzata e la percezione di qualcosa di irrimediabilmente e definitivamente perso. Chiusi nelle loro camere, giornate intere in pigiama, attaccati ad uno schermo a fare quello che più ha bisogno di presenza - andare a scuola e prendersi la vita con tutti i suoi inciampi - divenuti quasi invisibili, non faccio fatica a pensare che abbiano sentito il bisogno di lasciare una traccia “evidente” che Luigi ha raccolto e documentato con un cellulare, nell’immediatezza e velocità di quello che ormai è a tutti gli effetti un prolungamento del nostro sguardo non più frontale e diretto ma, per l’appunto, “schermato”. Allora forse queste screpolature sui muri, queste increspature fatte di vernice sono a tutti gli effetti la pelle di una generazione, o almeno di una parte di essa, un diario scomposto, un’intercapedine, una necessaria affermazione d’esistenza.
Alessandra Baldoni
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